Fern è una nomade. Una volta aveva una casa, un marito e una vita felice, ma ora è tutto sparito: in una rapida cascata di eventi, Bob, suo marito , muore prematuramente, il paese in cui abita, Empire, in Nevada, diventa una città-fantasma, e lei si ritrova, sessantenne, a rincorrere il sogno di una felicità e di una libertà tanto agognate, ma mai raggiunte completamente. Vive in un van, chiamato “aVANguardia”, e passa da un lavoro all’altro senza mai ottenere un impiego stabile. Viene assunta come dipendente temporanea in un magazzino di Amazon, dove diventa amica di alcune donne che, come lei, sono state costrette ad intraprendere una vita da nomadi. Grazie a loro, riesce ad entrare in una sorta di comunità, dove persone senza fissa dimora provenienti da tutta l’America si aiutano a vicenda, cercando di sopravvivere alle difficoltà di quel tipo di vita. Qui conosce Dave, un uomo con il quale sembra stabilire un legame un po’ oltre la semplice amicizia.
Un giorno, il figlio di Dave lo va a trovare e lo invita a tornare a casa, in quanto sta per nascere sua nipote. L’uomo chiede a Fern di andare con lui, ma lei inizialmente non accetta.
Un guasto al Van di Fern la costringe a recarsi temporaneamente a casa di sua sorella, la quale le procura i soldi necessari per la riparazione, e successivamente decide di recarsi a casa di Dave. Qui scopre che l’uomo è intenzionato a rimanere. Non pensa più di tornare alla vita di prima, ma anzi invita Fern a rimanere lì con lui. Fern sembra accettare, in un primo momento, ma all’alba del giorno successivo, mentre ancora tutti stanno dormendo, scappa con il suo furgoncino.
Decide di tornare a Empire, per rivedere un’ultima volta quella che era stata la sua città, anche se ormai non ci sono più persone, le strade sono vuote e gli edifici abbandonati.
Dopo una rapida visita, riprende il suo furgone e parte per una meta non meglio precisata, sentendosi finalmente libera.
Nomadland è un film del 2020 di Chloé Zhao, una regista emergente cino-americana, vincitore di 3 Oscar, 2 Golden Globe e vari altri premi, tra cui il Leone d’Oro al miglior film della Mostra del cinema di Venezia. Il film è stato osannato dalla critica perché tratta diversi temi importanti e attuali: quella che sembra essere la versione moderna del nomadismo dei pionieri che colonizzarono l’America, la solitudine e la condizione di precarietà in cui si trovano a vivere le persone che finiscono a vivere ai margini della società. Tuttavia, ha ricevuto anche parecchie critiche , poiché il modo in cui questi argomenti vengono trattati finisce per mistificarli. Per esempio, il fatto che queste persone non possano contare su un pasto caldo alla sera o un letto in cui dormire, e che siano completamente in balia di impieghi temporanei non viene rappresentato come un problema, ma semplicemente come una scelta di vita, che garantisce più libertà.
In particolare, manca la ricerca dei motivi per i quali le persone finiscono per ritrovarsi in questa situazione, ovvero la precarizzazione del lavoro e lo sfruttamento messo in atto dai grandi gruppi, come Amazon. Questo film, infatti, sembra essere il contrario di ciò per cui era nato il libro da cui è tratto, ovvero una critica allo sfruttamento del capitalismo e alla società dei consumi: trasforma l’orrore del lavoro nei magazzini delle grandi multinazionali in un’attività che la stessa protagonista definisce “ben pagata”, e, tutto sommato, non troppo faticosa.
Un altro elemento che a mio avviso contribuisce a togliere credibilità al film, trasformandolo in una sorta di racconto consolatorio, è l’uso della musica: la colonna sonora è costituita da brani per pianoforte solo di Ludovico Einaudi, che richiamano un’atmosfera da commedia romantica, addolciscono la storia finendo per trasformarla in una sorta di favoletta a lieto fine. Paradossalmente, la musica anziché potenziare il messaggio, come di solito accade, lo snatura e lo indebolisce.
Ben diversa è l’immagine presentata dai film di Ken Loach, in particolare Sorry, we missed you, che racconta di un corriere, sfruttato fino allo sfinimento, ma costretto a lavorare anche in condizioni pietose, per riuscire a portare a casa il denaro per sopravvivere. Per quanto possa sembrare che i due film, ad un primo sguardo, abbiano molto in comune, sono in realtà a due livelli completamente differenti: mentre il primo sembra quasi appoggiare la società capitalista, senza darlo troppo a vedere, il secondo riesce a mettere in mostra tutti gli orrori della vita che molte persone sono costrette a condurre, in maniera molto lucida e obiettiva.
Tuttavia, l’unico dei due film a ricevere riconoscimenti molto importanti è stato Nomadland, poiché alla nostra società fa comodo tranquillizzare le persone, facendo apparire la condizione della protagonista, costretta ad adattarsi a uno stile di vita insostenibile, come la scelta personale di vivere una vita libera e senza vincoli, seguendo il proprio istinto; al contrario, Sorry, we missed you, per quanto molto al di sopra del primo film per i contenuti, è un’opera scomoda, poiché, se un film di questo tipo arrivasse al grande pubblico, molto probabilmente permetterebbe di comprendere quanto il capitalismo riduca le persone a semplici macchine al servizio di chi comanda, quanto l’intera umanità stia subendo un processo di de-umanizzazione, con una progressiva perdita di valori morali, religiosi e spirituali, quanto questa società sia marcia e ingiusta, volta alla costruzione di un “capitale umano”, non più di persone in grado di provare emozioni e sentimenti, o di esercitare un pensiero critico su ciò con cui vengono a contatto.
In fondo, però, tutto questo non è rilevante.
A noi basta avere l’iPhone 12 in tasca.
Niccolò Bartolacelli 1DL
Recensione impeccabile, soprattutto considerando la tua giovane età. Si percepisce l'interesse, il piacere e l'impegno con cui hai guardato questi film.
RispondiEliminaBravo Noccolo'!
RispondiEliminaOps Niccolo'
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