Linguaggio d'affetto

                    

 Linguaggio d'affetto



“Hai mai sentito parlare della teoria che dopo che qualcuno ha passato parecchio tempo in solitudine diventa la persona che avrebbe voluto come partner? Se ci pensi ha molto senso, fai riferimento a tutti coloro che da bambini erano incompresi dai genitori, amici ecc.. E ora quando si trovano in una relazione o in una amicizia,  cercano di capire profondamente la loro persona amata. Spesso hanno anche una strana ossessione con cose come: La psicologia, tipologie di personalità, oroscopo o qualsiasi cosa che può fungere come fonte di caratteristiche su quell’individuo. Perché vogliono salvare chi amano,proprio come nessuno ha fatto con loro quando ne avevano bisogno, è un linguaggio d’affetto”. Probabilmente queste sono state le parole o meglio frasi
più gentili che io abbia mai sentito in vita mia. Fin da bambina sono sempre stata distante dalla mia famiglia, non mi sono mai rivista nei miei genitori, da sempre piuttosto estroversi, diretti e rumorosi. A differenza, io una ragazza calma e introversa che preferisce starsene per le sue. A scuola, specialmente alle elementari, la situazione non cambiava di tanto, le mie labbra erano sempre serrate e principalmente non parlavo con nessuno. Non mi piaceva stare in classe, specialmente durante la ricreazione, quell’aula sembrava mutarsi in una gabbia allo zoo, bambini che correvano e urlavano ovunque, lanciavano oggetti mentre le maestre molto responsabilmente andavano a prendersi un caffè o a fumare una sigaretta sulle scale antincendio. Nonostante tutto gli insegnanti notaro quanto  fossi distaccata dagli altri bambini e contattarono più volte i miei genitori, che erano preoccupatissimi per me. Incominciarono a mettermi pressione sull’argomento fino ad arrivare a farmene una colpa. Premetto che non odio i miei familiari o altro, comprendo le ragioni per cui decisero e tutt'ora decidono di comportarsi in questo modo, anzi apprezzo davvero le buone intenzioni con cui agiscono. Semplicemente non mi sentivo molto adatta a stare con gli altri, non volevo annoiarli o fargli perdere tempo a causa dei miei capricci e anche a oggi spesso risento di questo. Ed ora che ci penso è probabile che sia stata una delle ragioni per cui ho avuto pochi amici nella mia vita, non che sia qualcosa di negativo. Verso le medie incominciai a relazionarmi maggiormente con gli altri e ad avere alcune amicizie, ero molto attaccata ai miei amici, a tratti anche un po’ gelosa, e volevo sapere sempre di più. Amavo ascoltare le loro storie e avvenimenti che li avevano caratterizzati come persone e resi quello che erano.  Fu il periodo migliore della mia vita. Legai specialmente con due ragazze con cui avevo un legame molto profondo,affettivo e c’eravamo sempre l’una per l’altra. Un rapporto che a lunga andare si spense, persino a causa mia. Tornai sola, la solitudine mi permise di ragionare e pensare più del solito. Rifletto spesso sul senso di tutto e ho capito quanto è noioso pensare solo a se stessi. Il basare la mia vita per tutti questi anni solo su di me, mi aveva portato a non vedere realmente gli altri. Ed è da un po’ che ho incominciato a pensare più agli altri e a come ipoteticamente aiutarli in situazioni simili alle mie, tralasciando le questioni riguardanti il mio essere. Che teoria interessante. 


Caterina Comastri


Commenti

  1. Hai saputo leggerti dentro, e anche molto bene. Sono contento che tu abbia messo nero su bianco queste riflessioni. Sono sicuro che, specialmente nella tua classe, altre ragazze potranno riconoscersi negli stati d'animo che hai descritto.

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  2. è un bellissimo articolo, e mi piace molto anche questa teoria. Mi piace come tu sia riuscita a parlare bene di te stessa. Mi ritrovo in molti dei pensieri che hai fatto. <3<3

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