Quando ero bambina, ogni sera prima di addormentarmi, mi mettevo nel letto e, mentre sorseggiavo un biberon di camomilla, ascoltavo le favole che mia mamma mi leggeva. Queste favole rappresentano per me un bellissimo ricordo d’infanzia. Sono state non solo una fonte di divertimento ma anche di insegnamenti, che tuttora porto con me. La mia favola preferita in assoluto è molto famosa ed è stata scritta da Esopo, un autore greco del VI secolo a.C.. La favola in questione è “Il topo di città e il topo di campagna”. Sono state fatte diverse versioni del racconto, non so se quella che conosco io è l’originale, ma ha poca importanza.
Un giorno un topo di città andò in campagna a trovare suo cugino. Il topo di campagna era di modi semplici e un po’ rozzi, al contrario quello di città era elegante e raffinato. Il topo campagnolo accolse il cugino cittadino molto cordialmente, gli offrì da mangiare tutto ciò che era nelle sue possibilità: cibo povero come resti di lardo, manciate di fagioli, croste di formaggio e briciole di pane, che i due poterono gustare nella tranquillità della campagna. Il topo di città storse il naso, si stupì di come il cugino potesse sopportare una vita tanto misera e lo invitò ad andare con lui in città. Così il topo di campagna, pieno di aspettative e speranze verso la vita cittadina, seguì il cugino. I due si incamminarono e giunsero all’abitazione del topo di città, quando ormai era calata la notte. Dopo il lungo viaggio erano affamati, dunque il topo di campagna fu portato dal cugino nella grande sala da pranzo. Lì trovarono i resti di un ricco banchetto, iniziarono a mangiare dolci e marmellate in grande quantità. Mentre si godevano quel cibo delizioso, udirono dei latrati. Il topo di campagna chiese impaurito cosa fossero quei suoni e il cugino gli rispose che erano soltanto i cani della casa. La porta della sala si spalancò di colpo ed entrarono due enormi mastini, i cugini fecero appena in tempo a balzare giù dal tavolo e a scappare fuori. Il topo di campagna, dopo il grande spavento, rimpianse la vita tranquilla che faceva prima e così disse addio al topo di città e ritornò a casa.
Questa favola ha diverse morali, ma una su tutte mi colpì quando ero piccola. Oggi è un insegnamento che tengo sempre a mente.
Molto spesso ci lamentiamo di ciò che abbiamo e siamo invece attratti da ciò che non abbiamo. Questo accade perché conosciamo bene quello che ci appartiene e di conseguenza ne vediamo tutti i difetti. Non potendo invece conoscere davvero ciò che non ci appartiene, possiamo solamente comprenderne la superficie e per questo ne intravediamo solo gli aspetti positivi. Quando desideriamo qualcosa in realtà non lo desideriamo veramente. Noi non siamo attratti da ciò che desideriamo in sé per sé, ma siamo attratti unicamente dall’idea che abbiamo di quella determinata cosa; idea distorta che la nostra mente ha costruito e che non è mai veritiera. Molte volte infatti dopo aver ottenuto ciò che desideriamo ne restiamo delusi, perché a quel punto riusciamo a vederne i lati negativi; ci rendiamo conto che l’avevamo idealizzato.
Concludendo, la morale che questa favola mi ha insegnato può essere riassunta con un famoso proverbio: “chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quello che lascia, ma non sa quello che trova”.
Asia Colò 4E

Mi è piaciuto molto il tuo post e ti confesso che mi ha rallegrato perchè hai raccontato una storia molto simpatica e istruttiva che ti leggevano quando eri piccola e che tuttora ti accompagna.
RispondiEliminaÈ bello come siamo convinti che tutte quelle fiabe siano "racconti da bambini" quando invece nascondono i più grandi segreti per vivere al meglio la propria vita.
Molto bello, non ricordavo bene di questa favola. In ogni caso, il proverbio che hai citato è molto significativo e fa capire come spesso non ci accontentiamo di ciò che abbiamo e cerchiamo qualcosa che in realtà non ci soddisfa. Bel post!
RispondiEliminaQuesta favola ha dietro di se un significato veramente importante. Oggi molte persone non si accontentano di quello che hanno ma vogliono sempre di più, e questo a volte non è sempre un qualcosa di positivo ma come ci insegna questa favola può essere anche un qualcosa di negativo, ovvero noi desideriamo tanto una cosa che quando alla fine la otteniamo a volte ci pentiamo e dentro noi stessi pensiamo forse era meglio prima. Per cui sostengo che bisogna accontentarsi di quello che uno ha e come sostiene Orazio ci vuole misura in ogni cosa.
RispondiEliminaAnche a me da piccola piaceva molto ascoltare le favole, infatti prima di dormire ero solita a farmele raccontare. Questa favola già la conoscevo però da piccola non avevo mai colto il vero significato, mentre rileggendola ora mi sono resa conto che tutte queste favole in realtà hanno un significato profondo. Inoltre anche io ritengo che bisogna accontentarsi di ciò che si ha senza avere grosse pretese. come dice il proverbio” chi si accontenta gode” . Infatti può capitare che una persona non si accontenti di quello che ha e che cerchi di ottenere qualcos’altro non sempre riuscendoci , rischiando così anche di perdere ciò che aveva
RispondiEliminaLe favole più belle sono anche le più semplici. Di questa, in particolare, si trovano tantissimi echi nella letteratura posteriore, dagli Adelphoe di Terenzio al Principe e il povero di Mark Twain.
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