Io, in “Liberation Serif” non scrivo!
L’ho appena pensato io, dopo aver aperto il programma di videoscrittura che, come ogni volta, me lo ha selezionato quale carattere predefinito. E io, come ogni volta, mi ribello a questa brutale imposizione automatica del programma andando a spulciare fino a selezionare il più gustoso Times New Roman. Cambierò poi in Arial per il testo ufficiale, ma intanto uso il Times New Roman. È come se provassi una naturale avversione per quel carattere, quel fantomatico Liberation Serif che sembra troppo manuale, troppo volatile, troppo leggiadro, quasi una specie di “script” più che uno della famiglia dei “serif”, ma che, puntualmente, con una prevedibile imprevedibilità, il programma seleziona meccanicamente, a mo’ di ironico dispetto sornione: per quanto io me lo debba sempre aspettare, ogni volta par di cascarci di nuovo! D’altronde, se anche andassi in qualche recondita, misteriosa impostazione a modificare il carattere predefinito di default, dopo non vi sarebbe più il comico siparietto all’apertura del programma. Credo che mi mancherebbe. Lo so, è un innaturale rapporto di amore e odio.
Io, in “allineato a sinistra” non scrivo!
Ho appena pensato anche a questa cosa, mentre scrivevo la manciata di righe sopra, andando a premere la magica combinazione CTRL+J. Non capisco proprio perché io dovrei usare come predefinito l’allineamento a sinistra, quando posso usare il ben più logico e preciso “giustificato”! È vero che aumenta esponenzialmente la probabilità che si creino i “canaletti”, ma in teoria dovrebbe essere più o meno compensato dall’uso del Times come carattere. Stanley Morison l’ha inventato apposta! Personalmente, non credo nemmeno che il giustificato affatichi troppo la vista, come alcuni credono, o che renda il testo meno leggibile e scorrevole. Semmai, a rendere il testo meno appetibile è proprio tutto quello spazio bianco a destra con quelle righe lunghe e corte come fossero mattoni di un muro in posizione sfalsata! Anche in questo caso, immagino vi possa essere un comando per avere il giustificato in partenza, ma immagino mi mancherebbe anch’esso. Probabilmente è semplice pigrizia… (leggasi: altro bizzarro rapporto di amore e odio, preferisco pensarla così). Un po’ come con il correttore automatico del cellulare che si vorrebbe eliminare ma poi se ne sentirebbe la mancanza (e forse anche la parziale efficienza), nonostante alcune ridicole figure barbine e situazioni imbarazzanti o, addirittura paradossali, ogniqualvolta sembri essere dotato di vita propria.
Terminata questa particolare introduzione sullo base di peripezie tipografiche, dopo aver praticamente resettato e stravolto la formattazione pre-definita del documento, veniamo alle cose serie.
Già, perché finora ho scritto di sciocchezze. Pensiamo a quante volte la nostra mente viene assorbita da pensieri come quelli di cui sopra, perdendo di vista l’obiettivo primario. Quante volte il nostro cervello viene sviato, depistato da mendaci affermazioni o considerazioni fallaci, o semplicemente totalmente inutili. Un po’ come quella risposta delle quattro possibili in quiz chiuso a risposta multipla. Dovremmo accorgercene ogni volta, sia nel quiz che nella vita. Ma non sempre ce la facciamo. Ci mancano forse le competenze? Non sempre. Spesso è come se vi fosse una sorta di “spiritello” dantesco che ci dice cosa credere, cosa dire, fare, pensare. Come se facesse calare un velo di foschia sulle nostre menti, facendoci vedere solo ciò che vuole, anche se in realtà non è ciò che vorremmo noi. Un “distrattore” seriale, al solo scopo primario di farci distogliere lo sguardo da quello che riteniamo importante, annebbiandoci la mente. D’altro canto, è ugualmente parte innata di noi: non è un alieno che si è impossessato del nostro corpo. Le scelte dell’uomo spesso sono influenzate dai simili, dalla società, dal mondo. Ci promettiamo e ripromettiamo continuamente di essere più individuali, indipendenti nelle scelte, senza farci troppo influenzare dalla società convenzionale e conformista che ci circonda. Ma, d’altronde, come faremmo, “letteralmente”, a non farci influenzare dall’esterno, se poi chi ci “influenza” è addirittura “interno”, è dentro di noi, è parte di noi?
Spesso distogliamo lo sguardo dalle cose primarie quando ne siamo eccessivamente circondati, sopraffatti, completamente avvolti e travolti dagli avvenimenti, incalzati dal frenetico scorrere del tempo. Un turbinio di elementi che può farci sentire confusi, spaesati, disorientati, senza fiato, che si mostra a noi come un sogno che sfuma quasi in un incubo, accecante come se fosse fatto di luci psichedeliche, abbaglianti, rapide. Lì veniamo distratti, ci viene in mente qualunque cosa, drammatica o sollazzevole che sia, prima di rinsavire, capire che eravamo andati fuori strada, e riprendere a perseguire l’obiettivo principale. Magari è stata una semplice distrazione – magari anche piacevole – da una noiosa routine, oppure perché non abbiamo troppa fretta di portare a termine un compito, quindi è come se potessimo permetterci una sorta di distrazione più o meno involontaria. Ma non sempre è così. Talvolta può anche capitare l’effetto opposto: siamo invece talmente rilassati da non renderci più conto di nulla, di ciò che sta attorno, come se d’un tratto il tempo smettesse di esserci greve, rallentando impercettibilmente e cessando di tormentarci. Dimenticandoci dello scorrere delle lancette, ci ritroviamo in un immobile stato quasi di paralisi. Assolutamente solo fisica: la mente, immemore del corpo, se ne va errando veloce, per citare quello d’Abdera (anche se noi non abbiamo, per fortuna, fiere selvagge a devastarci il giardino!). La mente è invece fervida, e lucida, a dare vita a vividi pensieri, frizzanti ragionamenti o spassionate riflessioni. Ora, questa lo è già: una riflessione sulle riflessioni. Veramente interessante. Con il suo carisma, James Bond qui risponderebbe: “È tutta questione di prospettiva”.
Riflettiamo individualmente. Riflettiamo consapevolmente. Non è uno slogan pubblicitario, è ciò che dovremmo fare più spesso. Viviamo in un mondo in cui la solitudine è vista non troppo meglio di quanto erano visti gli untori nel Medioevo: come una cosa retrograda, anticonvenzionale, antisociale, fuori moda. Ma la verità, la verità, è che il mondo ne ha paura. La teme. La vede al pari di un male sociale, da combattere, a cui non cedere. Probabilmente, la qualità della vita generale si alzerebbe almeno un po’ se lo facessimo tutti. Dovremmo soffermarci di più a riflettere. Per noi, per il mondo.
Il problema è però il fatto di vivere in una società abbastanza “ibrida”, ecco. Dal Medioevo in avanti, diciamo. Ci piace l’arte classica, la apprezziamo, ci acculturiamo, come dei veri uomini rinascimentali. Ma d’altra parte non possiamo vivere senza avere tutto, senza accumulare oggetti inutili come fossimo dei cleptomani uomini barocchi, addirittura paradossalmente lunatici, persino mescolando passato e futuro, e correndo a destra e a manca per accaparrarci l’ultima versione di quel fantastico aggeggio multiuso di plastica. E, da una non lontana prospettiva, guardiamo al futuro, al progresso come dei veri illuministi, decantiamo gli aspetti positivi dell’innovazione. Poi, magari, ci rendiamo conto che il futuro non ha solo aspetti positivi, ma anche negativi. Lì diventiamo uomini futuristi. Ora, però, chiudiamo questa specie di sillogismo. Poiché Illuminismo e Futurismo sono le correnti di pensiero relativamente più vicine a noi, possiamo aver ragione di credere che siano ancora abbastanza influenti nella società odierna. Che cosa ci portano a fare quindi? A muoverci, freneticamente, come non vi fosse un domani, a vivere una vita ritmata, di corsa, a promuovere la velocità ed esaltare la forza e il passo di corsa così come il sostenuto ticchettìo delle lettere della tastiera sotto queste dita. Tutto questo per velocizzare le opere e il lavoro umano, per ottimizzare i tempi, per automatizzare ed aumentare produttività ed efficienza. Che dopotutto non sono ideali così remoti, né assurdi. Per giungere ad oggi, consideriamo quindi che il nostro mondo ci porta inconsciamente a vivere secondo questi concetti. Volendo, potremmo sottrarci. Potremmo rifiutare tali concezioni. Non è che non possiamo. Semplicemente, non vi riusciamo. Più che per una mera ragione di forza di volontà, la questione è soprattutto costituita dalle conseguenze di una tale scelta: saremmo indotti, in tal caso, a vivere come eremiti. E le ulteriori conseguenze? Le opinioni della società? Sarebbero troppo pressanti. Perciò dobbiamo fare diversamente. Dobbiamo adattarci. Come facciamo, d’altronde, da vari milioni di anni a questa parte. Darwin non ha sbagliato un colpo. Adattiamoci quindi, ma come? E in quale misura? Chi più, chi meno. Però qui non sto parlando del classico spirito di adattamento, una di quelle competenze trasversali, o soft skills all’inglese, di cui tutti tanto parlano. Certo, è simile. Ma non identico. Questa è una cosa ben più profonda, intensa e radicale. Ed è anche intrinsecamente dipendente dal carattere di una persona. Da un punto di vista prettamente aleatorio, le possibilità sono tre, di cui una è quella sopra, che abbiamo appena schedato come cosa poco probabile. Le altre due sono invece quella opposta, e quella “mista”. Ci potrebbe essere chi apaticamente e, oserei dire, anche poco razionalmente, si getta a capofitto nell’opposto: adattarsi in toto, procedendo in maniera stacanovista come se fossero macchine, quasi fosse un film di Chaplin. È vero – lo ammetto – con ogni probabilità ciò è veramente distante dalla realtà. Sarebbe ad ogni modo interessante avere evidenze scientifiche, proponendo esperimenti sociali per valutare quale percentuale effettivamente ricadrebbe nelle varie classi. Infine, vi è quella famosa “area mista”, in cui potremmo collocare tutti coloro che si “adattano” ad entrambe, simultaneamente, talvolta stando sul filo del rasoio. In realtà non è un vero e proprio adattamento: si tratta più che altro di un’appassionata convivenza, per giunta spesso non tassativamente forzata, cercando da una parte di essere molto produttivi, efficienti e scorrevoli nel lavoro, e magari cercare di ritagliarsi qualche periodo di tempo in cui “alienarsi da Marinetti”, secondo quanto abbiamo pensato prima. Dopotutto, però, pensandoci a fondo, il tempo che tutti dovremmo ritagliarci per riflettere non è tempo lasciato scorrere via. Di certo non è “perduto”, sprecato per nulla, per un ideale utopico. Se lo impiegassimo veramente per riflettere, per considerare la vita sotto una diversa prospettiva, allora saremo stati produttivi lo stesso. Capiremo di aver messo a frutto quel tempo, capiremo addirittura di avere sbagliato giudicandolo – anzi, pre-giudicandolo a primo acchito – come “tempo perso”. E, ovviamente, dovremo trovare il modo di non farci influenzare da chi, contrariamente, tenterà di farcelo credere.
Quindi, per chiudere anche quest’altro ragionamento, in sostanza dovremmo tutti soffermarci di più a riflettere. Si, beh, certo. Chiarissimo ovviamente!
Ma… Come? Dove? Perché? E soprattutto: Quando? Con chi? E su cosa dovremmo poi filosofare?
Risposte da sfera di cristallo non se ne possono dare. Nessuno può con sicurezza.
O, perlomeno, si può fare qualcosa di nemmeno troppo limitato.
Il “perché” è semplice. Ne abbiamo discusso prima. Sono le altre domande ad essere più complesse. Innanzitutto, come? Questo non lo so. A dirla tutta, non so nemmeno perché l’ho inclusa tra le domande di prima. In che senso il “come”? Intendevo forse chiedermi se sia più comodo filosofare seduto a tavola o spaparanzato sul divano? E per il “dove”? Stessa situazione. Mi chiedevo se è più adatto riflettere davanti al camino o all’aria aperta. Può darsi. Ma questo lo lascio alla vostra immaginazione.
Rimangono il “quando?” e il “con chi?”. Sembra stia paradossalmente diventando più una sorta di “indagine per omicidio” che una “riflessione sulle riflessioni”.
La riflessione è una cosa prettamente personale. Individuale. Intima. Quindi, perché dovrebbe a tutti i costi prevedere qualcuno con cui attuarla? Già, perché la società attuale, ha paura della solitudine. Quante sono, al giorno d’oggi le persone solitarie? Poi, dato che probabilmente è meglio evitare l’influenza altrui durante la riflessione, proprio per ritagliarsi uno spazio immaginario strettamente personale, non risulta essere la cosa più semplice del mondo farlo ad una festa di compleanno o al centro di una piazza. In quelle occasioni si potrebbe sfociare nell’“osservazione del comportamento umano”, ma questa è un’altra storia. Ad esempio, ci potrebbe essere qualcuno che apprezza molto il silenzio della notte per riflettere, così come per lavorare o studiare. Far fluire i pensieri significa fare affiorare sensazioni positive e negative liberamente, senza che nessuno giudichi o valuti nessun altro, sentendosi anche totalmente in diritto di esprimere le emozioni in causa in modo personale. Questo anche in merito alle cose su cui riflettere. E, a questo scopo, la notte pare proprio essere il momento della giornata più adatto. Perché?
(Notare come da infinite domande fluiscano altre domande!)
Perché la notte, il cuore della notte, è forse quel periodo in cui, dopo una giornata da leoni e dopo centomila maschere indossate, cambiate e gettate, possiamo sentirci liberati, soddisfatti, senza doverne rendere conto a nessuno? Oppure perché di notte siamo noi stessi: la notte, e solo la notte, riflette ingrandita la nostra anima (e con essa i nostri vizi, pregi, difetti, problemi) come solo uno specchio concavo sa fare? O, ancora, perché magari di notte ci sentiamo più umili, più deboli, indifesi, nudi, vulnerabili, nemmeno più protetti da quella maschera di cartapesta che brilla quasi esclusivamente alla luce del sole? Oppure, ancora, perché…
Perché la notte è quel momento della giornata che può essere anche riconosciuto solo annusando l’aria. Proviamoci, una volta ogni tanto. Alziamo il naso alle stelle e cerchiamo di percepirne l’odore: ci accorgeremmo che, con non troppa fatica, potremmo essere in grado di distinguere la mezzanotte dalle quattro del mattino semplicemente perché l’atmosfera, ad ogni ora, ha un profumo diverso: la magia della notte. È per questo che è così interessante e affascinante? Anche solo come condizione relativa, dato che dall’altra parte del mondo è mattina. Ma non solo. Le sensazioni, le altre vite, i paesaggi, i neon, le luci del panorama notturno assumono tutti un altro sapore. La poliedricità: di notte possiamo riflettere lentamente, ma anche possiamo sorvolare ogni cosa velocemente. Con l’immaginazione, ma anche con la realtà. Evochiamo un’immagine veramente emblematica ed ispiratrice: un’autostrada, veloce, rapida, futurista, che si accosta anche a caratteri più romantici: magari è immersa nel silenzio, nella solitudine; o, magari, è punteggiata di luci, con le classiche scie luminose rosse e bianche degli altri veicoli, o le lampadine, i neon e i LED colorati degli edifici che sfilano ai suoi bordi, magari su un buon sottofondo musicale. Di nuovo, la magia della notte.
Altra storia, anche questa, da raccontare rigorosamente dopo aver inserito il Times New Roman e il giustificato.
Alla fine, l’importante è riflettere, e lasciarsi stupire. E lasciarsi emozionare. Ma sì, anche stupire, perché da cosa che il sistema nervoso dell’uomo primitivo incondizionatamente faceva come istinto primordiale di difesa, l’effetto sorpresa è diventato qualcosa che oggi l’uomo ha quasi perso: non sappiamo neppure quasi più sorprenderci né sorprendere. E, ancora una volta, mi vedo a dare ragione a Darwin. Sorprendiamoci anche di questo: sorprendiamoci di esserci sorpresi. I giochi di parole non sono mai abbastanza.
Invece, accettiamo tutto ciò che la mente ha partorito durante la riflessione, anche se fossero ridicole sciocchezze, e perfino se, una notte, dovessimo disquisire sulle impostazioni di default del programma di videoscrittura, o se ci capitasse – ipotesi non troppo remota – di “riflettere di riflessioni”.
Pierfrancesco Basile

Devo essere sincera, mentre leggevo, pensavo fosse uno di quei testi che si trovano sui social, uno di quei testi che vai a leggere la notte per sentirti meno sola tra i tuoi pensieri.
RispondiEliminaMa continuando a leggere ho capito che non era così. Devo farti i complimenti, perché hai scritto in un modo davvero bello che ti arriva al cuore.
Il tuo post mi è piaciuto tanto, e penso che dovremmo tutti lasciare andare la nostra mente e lasciarci emozionare da ciò che ne scaturisce.
RispondiEliminaPiefrancesco, sei un poeta. Sono quasi sicuro che tu scriva (o abbia scritto) poesie. Mi ha colpito molto la riflessione sull'"odore" della notte. E anche sull'importanza di sorprendere e lasciarsi sorprendere da sé stessi. Lo dico spesso anch'io in classe :)
RispondiEliminaBellissime considerazioni, Pierfrancesco. Condivido appieno il tuo pensiero sulla necessità di congelare per alcuni momenti la nostra vita frenetica e fermarsi a riflettere su ciò che conta davvero e la notte, a mio parere, è il momento migliore per farlo, anzi, forse, una delle condizioni necessarie... è proprio vera l'espressione "la notte porta consiglio".
RispondiEliminaPier, che dire? Mi stupisci ogni giorno, da quando ti conosco... Quanta ricchezza e senso della complessità in questo tuo scritto?
RispondiEliminaDavvero complimenti per la cura e precisione che hai dato a questo post. Fare certe riflessioni è d'uopo alle volte. La struttura "domanda e risposta" è veramente perfetta, soprattutto per questo tipo di argomento, da un lato, perché è come se si intraprendesse un vero e proprio dialogo, dall'altro, perché invita a continuare a leggere dando un senso di fluidità al tutto. Ultima considerazione, ho apprezzato molto l'alternarsi della vera e propria riflessione con dei tuoi commenti, che mi hanno anche strappato un sorriso, forse perché, conoscendoti, so come li avresti letti
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