Il mio intento non è quello di riproporre qualche pubblicazione dal tono cattedratico o compulsare tesi ormai sepolte da più polvere che fogli in un remoto archivio universitario sul tema. Il mio obiettivo è quello di far riflettere sull’argomento giovani come me, lo scopo è quello di portare un tema, in certi termini filosofico, in un blog d’istituto curato da studenti giovani, con diversi registri linguistici, con diverse opinioni e diversi modi di pensare. Ultimo disclaimer prima di cominciare: voglio affrontare una tematica così vasta e complessa con una relativa semplicità, per quanto questa si possa adottare nello scomodare un argomento di questo genere.
Ci appropinquiamo, tristi, e forse un po’ amareggiati, al termine delle nostre vacanze natalizie, vacanze che quest’anno possiamo chiamare tali perché rispecchiano la definizione di questo termine ma che non possiamo paragonare alle precedenti. Questo periodo ci ha dato la possibilità di festeggiare ed essere felici tanto quanto è contento un ottantenne bigotto e sordo di partecipare ad un concerto degli AC/DC. Tuttavia, proviamo a capire cosa significa la parola “vacanza”. Una vacanza è una sospensione di un’attività, di lavoro o di studio, spesso in corrispondenza di particolari ricorrenze o festività. La definizione, come già detto, cade a pennello, escludendo la moltitudine di compiti: costante insuperabile e apparentemente scontata. Però, non ci disperiamo, come ripeteva un anziano signore del mio paese: “Le vacanze non sono più vacanze se non hanno una fine”, io, all’epoca, gli consigliai di ascoltare il celebre singolo del gruppo musicale “Lo stato sociale” dal titolo “Una vita in vacanza”, per poter argomentare la mia tesi, ma questo non ci riguarda.
D’altro canto, l’uomo, per sua natura, è nato per lavorare. Lo so, questa frase ha rattristato anche me, però mi sono sentito sollevato quando ho realizzato che tutti gli uomini che in passato non hanno mai lavorato e che avevano, per diritto, qualcuno che lo facesse al posto loro hanno fatto proprio una brutta fine. Se ne devo citare qualcuno mi viene in mente Luigi XVI, ghigliottinato dal popolo francese, i nobili di tutte le corone europee, declassati e privati dei loro beni, pensate che loro consideravano il lavoro umiliante (adesso credo che pagherebbero per avere salva la vita e sporcarsi le mani!) Insomma, tra queste caste potremmo dire che l’unica che si è salvata, per adesso, è la borghesia, seppur trasformata e mutata nel tempo. L’unica che fin dagli albori dei Comuni italiani, ha preferito il lavoro agli agi e ai privilegi nobiliari, l’unica che non considerava l’impiego di forze fisiche deplorevole, anzi, fonte di profitto, e ancora, l’unica che cominciò a pensare che si lavora per essere liberi. E direi che ci hanno preso!
Confesso che il mio rapporto con il lavoro non è sempre stato uno dei migliori. Non sono mai stato il tipo di ragazzo che dava anima e corpo nelle mansioni domestiche, oppure nel giardinaggio, semplicemente lo facevo perché lo dovevo fare. Tuttavia, da quest’estate, in particolare, ho capito quanto effettivamente sia essenziale e formativa l’esperienza di lavoro; due anni fa non lo avrei mai pensato ma ora sono convinto che il lavoro sia in grado di modellare il carattere, le relazioni sociali, la capacità che il singolo ha di approcciarsi con gli altri. Nel mio caso non ha sviluppato solamente diverse personal skills, mi ha anche reso più consapevole di che cosa significhi lavorare in squadra e di quanto sia importante aiutare un collega nel momento del bisogno. Credo, infine, che se si riuscisse a creare un clima di confronto reciproco e positivo benessere nel gruppo, lavorare non sia nemmeno così faticoso! In questo modo, ad oggi, mi risulta cristallino quanto la convivenza dello studio e del lavoro nella vita di un giovane sia fondamentale per la sua formazione.
Diversa è la mia identificazione con l’homo ludens. Fin da quando ero bambino mi è sempre piaciuto giocare, sperimentare, toccare con mano tutto ciò che mi circondava, tanto da rompere tutti i giocattoli che i miei genitori mi compravano, quasi a voler scomporre, analizzare internamente, cogliere l’essenza delle cose. La locuzione homo ludens potrebbe anche essere intesa, latu sensu, come “uomo che si diverte”, anche sotto questo aspetto non ho nulla da invidiare! Confesso che la vita mondana mi ha da sempre affascinato e, da sempre, mi è piaciuta: aperitivi, serate in discoteca, uscite con gli amici, feste, tutto ciò che qualsiasi ragazzo della mia età fa abitualmente al sabato sera… scusate, faceva.
Dunque è chiaro che non si può, come dicevo prima, lavorare sempre e incessantemente. Il riposo è consentito, anzi obbligato, da molte Weltanschauung di diversi filosofi, ma anche dalla stessa Costituzione Italiana, la quale garantisce il diritto al riposo ai lavoratori, che è considerato uno dei diritti inalienabili del cittadino. Noi, come uomini e donne, dobbiamo solo porre attenzione a non eccedere né nell’uno, né nell’altro homo e soprattutto noi giovani, che tendiamo a seguire sempre un solo modello come stile di vita, dobbiamo trovare la giusta misura tra le due figure. Come dicevano i latini, che sempre ci danno consigli in materia di vita: “in medio virtus stat”.
Homo ludens e Homo faber sono dunque due facce della stessa medaglia e si alternano l’un l’altro nella nostra vita, non sono due figure dicotomiche e distanti, sono in realtà indissolubili. Ancor di più, sulla base della mia esperienza, credo che tra esse viga il principio di inscindibilità e interdipendenza degli opposti, che teorizzò bene il filosofo di Efeso, ma questo è soltanto un mio pensiero.
Vi lascio ai vostri impegni o passatempi pomeridiani con questa domanda: “Cosa succederebbe se fossimo soltanto e per sempre homo faber? E se, invece, diventassimo homo ludens e non potessimo più cambiare?”
Kevin Bedonni, 4^A Liceo Scientifico

Bravissimo Kevin, hai incarnato perfettamente lo spirito del blog: tono fresco e ironico, argomentazione originale e coinvolgente.
RispondiEliminaDa piccolo facevo molta fatica a trovare una sintesi tra l'aspetto faber e ludens: ero quasi sempre faber, pensieroso e disciplinato, e non riuscivo a tirare fuori il mio lato giocoso e spensierato in mezzo agli altri. Poi, in seconda liceo, qualcosa è cambiato: ridevo di più, ero molto più in sintonia con i miei compagni e sicuro di me. La ricerca di un equilibrio, di un'identità lungo molteplici assi (tra cui l'asse faber-ludens) è tipica della adolescenza.
Bravo, Kevin: leggero profondo, un ossimoro come sai essere tu nella tua sensibilità e simpatia
RispondiEliminaQuesto articolo mi ha toccato particolarmente perché offre uno spaccato profondo della poliedricità umana. Di solito, mi viene spesso detto che dovrei essere un po' più ludens, ossia "sciogliermi", ma anche prestare più attenzione alla voce dei sentimenti. Però, posso assicurare che non è così semplice "lasciarsi andare". Per questo ti ringrazio (innanzitutto perché mi hai regalato qualche tesi più filosofica da esporre quando vengo accusato di eccessiva timidezza!) soprattutto perché ci hai fatto capire che, in fin dei conti, faber e ludens sono due facce della stessa medaglia umana, che possono essere coniugate a creare qualche fantastica architettura impossibile. A noi rimane solo di fare la differenza: dovremmo "semplicemente" imparare ad applicare la rotazione a quella medaglia talvolta...
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