Dovete sapere che ho uno zio molto preciso e organizzato, a Foggia, che tiene molto a me, anche se non crede affatto nelle mie capacità di guida. Il giorno prima di partire mi aveva inviato su Whatsapp due indirizzi di stazioni per il rifornimento di metano. Il primo dei due era poco dopo Cesena: troppo lontano per il mio livello di carburante. Ricalcolo il percorso da me e imposto il navigatore a Crespellano. Farò lì il primo rifornimento e dopo si vedrà. Metto la musica a palla e inizio a cantare a squarciagola. Tra i miei preferiti su Spotify ci sono Björk, Elisa, Mahmood, i Sigur rós e altri artisti nord-europei sconosciuti ai più come SHY Martin, Imogen Heap, Kate Havnevik, Sondre Justad. Alcuni di loro cantano in islandese e danese, e anche se non capisco i testi, mi piacciono da morire gli arrangiamenti barocchi, strumentali e dream-pop dei loro pezzi. Mi sento come trascinato in un’altra dimensione, una dimensione di sogno. Quando ascolto musica in macchina, poi, è come se un parabrezza intelligente facesse apparire le immagini dei paesaggi più adatti alla canzone trasmessa in quel momento. Assurdo! All’inizio del viaggio, per esempio, c’era tanta nebbia, nebbia a catafascio: ecco, provate a sentire una canzone a caso dei Cigarettes after sex sotto la nebbia e a non emozionarvi.
Dopo 200 km, comunque, inizia a farmi male la gola. Maledico il reflusso extra-esofageo (di cui ho iniziato a soffrire da quest’anno) e smetto di cantare. Gli automobilisti intorno smetteranno anche loro di chiedersi che cosa ho da urlare, con un tale coinvolgimento emotivo che neanche Marilyn Manson. A pranzo mi fermo in un Sarni intorno a Senigallia. Rimetto in moto e mi accorgo che il livello di metano è sceso preoccupantemente al di sotto della metà del quadrante. Devo assolutamente fare rifornimento. Ma dove? Cerco su Google stazioni di metano nei paraggi, ma sembra che la prima sia a 30 chilometri. Non ce la farò mai ad arrivare. Il problema delle macchine a metano è che hanno continuamente bisogno di gas, anche se i pieni sono decisamente più economici delle macchine a benzina. Tra l’altro, le stazioni di metano non sono numerose e spesso si trovano in paesini sperduti, fuori dall’autostrada. Il problema mio, invece, è che non sono una persona organizzata e precisa come mio zio. La musica ha fatto il resto, e ora mi ritrovo senza metano, in mezzo all’autostrada e con la vergogna di chiedere aiuto a mio zio (di cui avevo snobbato i consigli il giorno prima).
Insomma, ero in difficoltà. Guidavo alla ventura. La lancetta del gas ora si abbassava a vista d’occhio, e quanto più si abbassava tanto più la mia ansia cresceva. Iniziavano ad affollarsi le domande nella testa. Domande che non mi ero mai posto e a cui non sapevo dare una risposta precisa. Il panico. Mi conviene decelerare? Che succederà alla macchina se finisce il metano? Okay, dovrebbe esserci una piccola scorta di benzina, ma non ne sono sicuro. E in ogni caso, come funziona? L’auto passerà automaticamente da un sistema di rifornimento all’altro oppure è necessario che faccia io qualcosa? Sulla plancia di guida il display mandava ripetutamente lo stesso messaggio: “fare rifornimento il prima possibile!”. Come se non bastasse, a un certo punto si è illuminata pure una spia gialla, un simbolo strano, non sapevo cosa fosse. Qui si mette male.
Intanto – non so se fosse suggestione – sembrava che la macchina rallentasse, come se facesse fatica a raggiungere i 130. Forse, inconsciamente, avevo rallentato io, con la speranza di risparmiare carburante.
La lancetta del gas, ormai, indicava la tacca rossa. Mancavano ancora 5 chilometri. Sembravo destinato al carroattrezzi. Ero uscito dall’autostrada, guidavo piano, accostato al margine destro della strada per evitare di creare problemi, nel caso in cui la macchina si fosse fermata del tutto.
Mi inoltro lentamente nella campagna marchigiana, alla periferia di Senigallia. Ho spento la radio, il paesaggio bucolico stride con i miei timori di non farcela. La nebbia è sparita. Il cielo si rasserena. Che motivo ha di farlo, poi? È domenica. Che succederà se non trovo la stazione di rifornimento aperta? E se non la trovo proprio? Eppure, miracolosamente, la macchina avanza. “Eppur si muove”, pare che abbia detto Galilei nel processo che lo vedeva imputato come fautore dell’eliocentrismo.
Finalmente, nell’indifferenza del meriggio campagnolo di prati e nuvolette, vedo la emme. La emme di Metano. Quella emme che tutti coloro che hanno una macchina a metano conoscono bene, guardano sempre con simpatia e sollievo, ovunque si trovino, con qualunque livello di carburante. Un cartello svetta nei cieli con su scritto M E-T A-N O. Volevo piangere.
Dopo aver alimentato l’auto, restava ancora da risolvere il problema della spia gialla. Non mi pareva di aver mai visto quel simbolo neanche all’autoscuola. Su Google scopro che, in effetti, la spia indica un problema piuttosto specifico: anomalia pressoria degli pneumatici. Controllo, una per una, le ruote: nessun segno di foratura o di bolle. Rientro in macchina e penso a cosa fare. Provo a contattare alcune officine lungo la strada per Ancona con poche speranze, considerando che è domenica e sono le 2 del pomeriggio. Mi risponde un anziano signore, un po’ confuso, forse per la sonnolenza postprandiale. Dice che l’officina è chiusa anche se è aperta, e che posso stare tranquillo per il resto del viaggio, anche con la spia accesa. Forse è una reazione del sistema di pressione degli pneumatici alla sostituzione delle gomme estive che ho fatto a metà novembre. Forse la spia era già accesa da quando ho sostituito le gomme e non me ne ero mai accorto. Dovevo semplicemente azzerare i parametri della centralina se non volevo guidare con l’angoscia della spia gialla per tutto il tempo, e così ho fatto. Il resto del viaggio, fortunatamente, è andato liscio. Prima di tornare a Pavullo, comunque, andrò sicuramente in officina a dare una controllata alle gomme.
Quando ho parcheggiato sotto casa erano le 6, era buio, erano 15 gradi. Il tepore della mia città è il primo abbraccio che ho ricevuto dopo un lungo periodo di isolamento sull’appennino tosco-emiliano. Il primo, e finora anche l’unico abbraccio. Per un po’ di giorni, in forma precauzionale, preferisco evitare contatti stretti con amici e parenti. In effetti, a Pavullo uscivo di casa solo per buttare l’immondizia o ritirare la pizza a domicilio giù al portone. In questi casi, però, la cautela non è mai troppa. E poi è come se avessi proprio interiorizzato una specie di inibizione verso i contatti fisici con le persone. Se incontro qualcuno, per esempio, tendo automaticamente a mantenere il famoso metro di distanza. Ormai non ci penso nemmeno più. E se qualcuno mi si avvicina troppo, o oltrepassa la distanza prossemica (ricalcolata in base al Covid), mi scanso io spontaneamente. Non ci posso fare niente! Sembra quasi maleducazione, ma per fortuna, chi mi conosce – o legge semplicemente i giornali – sa che è esattamente l’opposto.
Rocco Cautillo, prof.
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